

Home Assistant è il software di domotica open source più diffuso al mondo. Gira benissimo su una scheda appoggiata su una mensola. In un impianto di riscaldamento che deve funzionare per vent’anni servono altre regole.
Home Assistant è nato nel 2013 come progetto di un appassionato e oggi è uno dei progetti open source più attivi al mondo. Ha oltre 2.000 integrazioni con dispositivi e servizi, un’app per telefono, una comunità enorme ed è gestito da una fondazione senza scopo di lucro, la Open Home Foundation. Chi lo usa a casa sa quanto è potente.
Quando però si parla di usare Home Assistant in un impianto professionale, molti installatori storcono il naso: “È roba da smanettoni”. Hanno ragione a metà. Il software è solido. Quello che spesso manca è tutto ciò che gli sta intorno.

Prima i pregi, che sono reali.
Per un integratore significa poter fare in pochi giorni quello che con un sistema chiuso richiede corsi, licenze e software dedicati.
Il problema nasce quando Home Assistant si installa come lo si installa a casa: una scheda tipo Raspberry Pi, un alimentatore da presa, una scheda SD, qualche chiavetta USB per i protocolli, cavi volanti verso le sonde. Per un appassionato va benissimo. In un impianto ci sono almeno cinque punti deboli.
La memoria. Le schede SD si consumano con le scritture continue di un sistema che registra dati ogni minuto. Prima o poi si rompono, di solito in pieno inverno.
L’alimentazione. Un alimentatore da presa non è pensato per stare anni in un locale tecnico, e non è protetto come i circuiti di un quadro.
Il montaggio. Una scheda appoggiata non si fissa in un quadro elettrico, non ha morsetti, non ha un involucro adatto. E un impianto di riscaldamento ha regole precise su come si cablano i componenti.
Ingressi e uscite. Le sonde e le testine di un impianto termico non si collegano direttamente ai pin di una scheda. Servono ingressi analogici adatti alle sonde, relè per i carichi, uscite 0–10 V per le valvole, bus di campo come RS-485.
La temperatura. I locali tecnici d’estate arrivano a temperature che una scheda pensata per la scrivania non sopporta a lungo.
Nessuno di questi problemi riguarda Home Assistant in sé. Riguardano l’hardware su cui gira e il modo in cui è installato.
Per portare Home Assistant in un impianto servono quindi componenti pensati per il quadro elettrico: un controllore che si monta come gli altri dispositivi, si alimenta dal quadro e ha ingressi e uscite adatti a sonde, testine, pompe e valvole.
È il motivo per cui abbiamo progettato Brick. Il controllore ha 22 ingressi e uscite e Linux embedded basato su Debian, con Home Assistant, Node-RED e Grafana. Se servono più punti c’è un modulo di espansione da 8 ingressi e uscite, e per il fronte quadro c’è Brick-HMI, un pannello touch da 7 pollici. Sopra l’hardware ci sono le configurazioni pronte per impianti radianti e fan coil, con gli schemi elettrici già disegnati.
Il software resta lo stesso che usa la comunità: chi conosce Home Assistant si trova a casa.
La seconda differenza tra casa e impianto non è tecnica, è organizzativa. Home Assistant esce con una nuova versione ogni mese. A casa si aggiorna quando si ha voglia, e se qualcosa si rompe si sistema la sera. In un impianto qualcuno deve rispondere di ogni aggiornamento.
Per questo in un impianto professionale servono alcune regole chiare:
Sono regole che chi lavora con i sistemi di supervisione professionali conosce bene. Con Home Assistant valgono allo stesso modo.
Prima di proporre Home Assistant a un cliente, conviene rispondere a quattro domande.
Delle oltre 2.000 integrazioni di Home Assistant, in un impianto di riscaldamento e raffrescamento se ne usano poche, sempre le stesse. Modbus per pompe di calore, contatori di energia e regolatori ambiente. KNX quando nell’edificio c’è già un bus. Zigbee per sonde e testine senza fili nelle stanze. MQTT per far dialogare Home Assistant, Node-RED e altri sistemi. A queste si aggiungono le integrazioni per i contatori elettrici e, se c’è, per l’impianto fotovoltaico, utile per far lavorare la pompa di calore quando la produzione è alta.
Conviene limitarsi a queste e preferire, quando possibile, integrazioni che funzionano in locale. Ogni integrazione legata a un servizio cloud di un produttore riporta nell’impianto la dipendenza che si voleva evitare.
Brick non sostituisce Home Assistant e non lo nasconde. Gli dà un hardware da impianto, configurazioni già provate per la termoregolazione e l’esperienza di chi regola impianti da vent’anni. Si può acquistare in quattro modi: solo hardware, hardware con Linux, Home Assistant e Node-RED già installati, preconfigurato per la regolazione del clima su più zone, oppure progettato su misura.
Chi vuole fare tutto da sé parte dall’hardware. Chi vuole un impianto che funziona dal primo giorno parte da una configurazione pronta. In entrambi i casi, il software resta libero e l’impianto resta di chi lo possiede.
Brick arriva con Linux, Home Assistant e Node-RED installati, oppure come solo hardware se preferisci partire da zero. Nella scheda tecnica trovi ingressi, uscite e modi di acquisto.